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2 Sara Aresu - DIARI DI BORDO ED. 2023


3 NOVEMBRE 2023 - SARA ARESU
Ho scelto questo laboratorio dopo aver riflettuto bene sulle possibilità di conciliare ancora una volta, lavoro, studio, famiglia, su come poter organizzare il poco tempo che si ha a disposizione. A un certo punto però, ho smesso di riflettere e ho scelto di farlo a prescindere perchè ho pensato fosse un’opportunità da non perdere. Appena entrati ci hanno ritirato il documento e lo smartphone: a quanto pare questo avrebbe dovuto farci sentire a disagio, ma per me è stato come lasciare su quel tavolino la mia identità sociale e soprattutto la mia età anagrafica, cose delle quali mi libero molto volentieri! Sono arrivata con l’idea che questo spazio, fisico, corporeo e mentale, sia una dimensione a sè stante, separata dal mondo esterno, dalle convenzioni sociali, dalle relazioni forzate, costruite, a volte insicure, timide, diffidenti. E così è stato. Nessuna aspettativa è stata delusa: non sapevo cosa avremmo fatto nello specifico, ma le emozioni provate sono state molto positive, in linea con il mio entusiasmo iniziale. É paradossale come questo teatro, confine tra struttura di detenzione e spazio esterno, che noi ogni giorno abitiamo spesso non troppo consapevolemente, possa diventare un ponte, ma anche un non-luogo. La prima sensazione che si prova è quella della libertà, ma non come frutto di un ragionamento, intendo proprio, come sensazione, che arriva da dentro. Si entra in contatto con sè stessi attraverso la relazione e la comunicazione verbale e non, con gli altri e l’ambiente circostante. Si tocca, si ascolta, nessun senso è escluso. Ci si sente, ci si intende, i movimenti del corpo si sincronizzano a un comune ritmo vitale. C’è spazio per l’errore, non c’è spazio per la vergogna dei propri errori. Nè per il potere. Insieme si costruiscono simboli, intenzioni, che in pochi secondi si trasformano nel suo opposto: dal cuore al pugnale, dal pugnale al cuore; dall’amore all’odio, dall’odio all’amore. Con il proprio corpo si creano immagini, si definiscono ruoli. Ognuno è importante, e fa qualcosa che l’altro non fa. Alla fine del nostro incontro, sentiamo oltre la vetrata della chiesa sottostante il teatro, i ragazzi detenuti che giocano a pallone durante l’ora d’aria. Vediamo le luci. Noi invece possiamo uscire e tornare a casa o proseguire la nostra giornata fuori, senza costrizioni. Ma siamo sicuri di essere così liberi?

11 NOVEMBRE 2023 - SARA ARESU

Quando ho realizzato di non essere immortale? Non ricordo esattamente un giorno o un avvenimento preciso, forse perchè è stata una consapevolezza raggiunta gradualmente o per “impregnazione”, soprattutto attraverso i discorsi degli adulti. Risale sicuramente prima dei miei 5 anni, quando ebbi la mia prima “visione” della morte, di un defunto in carne e ossa. Episodio che in sè non fu affatto tragico o traumatico in quanto si trattava della mia anziana bisnonna e mi era stato annunciato perfino con un sorriso, forse perchè a 97 anni è del tutto naturale che accada. Ma io avevo già capito da prima che la cosa riguardava tutti prima o poi. É possibile che già a 2 anni lo avessi realizzato (ho ricordi nitidi già da quell’età), e come anticipato, non ho memoria di un momento preciso, ma ciò che posso ricordare è la sensazione di questa presa di coscienza, e attraverso quali esperienze si è realizzata. “Stai attenta altrimenti ti investono e muori” può essere una tipica frase che credo di essermi sentita dire come monito a non scappare nel mezzo della strada per non farmi uccidere da un’automobile in corsa. Oppure “mastica bene perchè è pericoloso e rischi di soffocare”, “non infilare le dita nella presa elettrica” e ancora al mare “se hai mangiato devi aspettare prima di fare il bagno perchè può venirti una congestione, un mio amico è morto così”. I messaggi che accompagnavano questi moniti erano sempre delle possibili conseguenze nefaste, al punto che ripensadoci la morte sembrava essere sempre lì in agguato. E ho anche iniziato a capire che non bastava essere attenti, perchè pure le condizioni meterologiche o geologiche avverse erano una minaccia, e in quei casi la prudenza non era mai troppa: “i genitori di Maria Assunta sono morti colpiti da un fulmine”. Troppe volte ho immaginato quella scena, con curiosità, e la visualizzavo, data la mia poca esperienza di vita, come un disegno infantile: i due soggetti uno a fianco all’altro, simmetrici, con lo sguardo in avanti, improvvisamente folgorati e fumanti. Oggi direi che Wes Anderson dirigerebbe al meglio questa visione. Ma non sono stati solo i genitori e le figure educative e diseducative da cui ero circondata, a impregnarmi del concetto di morte, ci sono state anche delle storie: non tanto la quella di Cappuccetto Rosso, che offre una speranza nella sua reversibilità con la protagonista della storia che esce dalla pancia del Lupo ancora non intaccata dai succhi gastrici e soprattutto non masticata (era un lupo o un boa?), piuttosto quella della “piccola fiammiferaia” di Andersen, che poveretta, morì di freddo sotto lo sguardo indifferente della gente. Capii che anche la povertà poteva farmi morire. Ultimo, ma non per importanza, è stato il contributo della televisione, o meglio della “neo-televisione”, dal momento che sono nata l’anno che è finito il Carosello: gli anime a cavallo tra gli anni 70 e 80 non si sono certo risparmiati sul tema. In Candy Candy, Antony è morto cadendo da cavallo, facendo piangere mio papà che aveva solo 20 anni in più di me, Sampei forse aveva rischiato di annegare, l’Ape Maia e l’Ape Magà erano spesso in pericolo, e ancora il post-apocalittico Conan, i tanti protagonisti orfani, i burroni, gli animali feroci, e chi più ne ha più ne metta. Ma come avevo pensato che la morte potesse colpire me? Nella mia mente la possibilità del mio decesso era abbastanza remota, perchè rimandata in là nel tempo come qualcosa che, nella migliore delle ipotesi fosse perventuta in modo naturale; ma considerando i pericoli quotidiani, ciò che mi poteva impressionare era la percezione fisica della morte: un animale, ad esempio un leone, una tigre, un coccodrillo, mi poteva sbranare; un’automobile mi poteva schiacciare; il mare mi poteva annegare; il fuoco mi poteva bruciare; il coltello mi poteva tagliare; la bomba mi poteva dilaniare. La morte non era un pensiero rivolto al prima e dopo, al post-mortem, alla separazione dai vivi, ma ciò che mi importava era il mio corpo, il dolore, e la perdita della mia integrità fisica. L’anima non l’avevo proprio considerata. E quindi la morte si fermava lì, alla paura di morire troppo presto e con tanto dolore.

18 NOVEMBRE 2023 - SARA ARESU

Siamo giunti a metà laboratorio. La metà è “la quantità corrispondente a una delle due parti uguali in cui può essere o risultare diviso un intero”. In qualche modo nella mia mente tutto ciò rimanda all’immagine di equilibrio, in qualche modo perfino di “giustizia”: dividere in parti uguali è giusto, così ci viene insegnato fin da piccoli. Abbiamo sentito spesso espressioni come “la virtù sta nel mezzo”, o la “giusta via di mezzo”. Ma quando ci si ritrova nella vita reale a dover gestire un conflitto, l’esito, se pur mediato, raramente si risolve con questa ideale ripartizione. Non tutti infatti sono disposti ad andare incontro alle esigenze dell’altro. Con il prof. Cominelli abbiamo parlato di mediazione. Alcuni di noi hanno parlato delle loro esprienze, così anche io ho raccontato la mia. Mentre gli altri ragazzi parlavano maggiormente da figli, data la loro giovane età, io ho parlato da genitore soprattutto, in questo caso da donna divorziata con una figlia che si è risposata con un uomo che aveva già due figlie. É facile immaginare come questa condizione sia passata attraverso diversi conflitti! Spesso sono necessari, non è sano evitarli, così come non lo è protrarli. La mediazione tra due parti è possibile, ma solo quando sono entrambe a volerlo: questa è la base di tutto. Diversamente sarebbe opportuno intervenire sulla parte che sta esercitando un potere e una prevaricazione sull’altro ad esempio. Una sottile differenza che le figure istituzionali spesso non vedono! Riportando questi concetti sulla storia di Romeo e Giulietta possiamo tentare di ipotizzare cosa si sarebbe potuto fare, come il Principe sarebbe potuto intervenire per placare la discordia tra le due famiglie; emerge dalle riflessioni il conflitto tra Padre Capuleti e Giulietta adolescente. Entrambi i casi sono messi in scena dagli altri due gruppi del laboratorio, uno dei quali si occupa appunto di sviscerare (talvolta con una ironica polemica sulla prospettiva storica), anche la questione dal punto di vista legale, e nel quale emerge appunto che la mediazione non è stata possibile in una società e un tempo in cui un padre deteneva il potere sul “nome” e sull’identità della figlia, priva di diritti e di tutela in tal senso. Ho l’impressione che con il mio gruppo, almeno dal mio punto di vista, ci siamo concentrati sul conflitto con maggiore rassegnazione, o meglio, con meno aspettative sulla riconciliazione finale. La terza scena è quella infatti più problematica...come facciamo a rappresentare questa situazione poco credibile? Non può essere così sbrigativa la soluzione, a pochi convince la statua d’oro. Questo processo di riconciliazione sembra iniziare ma resta ancora aperto, perchè il dolore rimane, e anche un senso di ingiustizia.

25 NOVEMBRE 2023 - SARA ARESU

Chi ha il diritto di toglierci la libertà? La libertà di sorridere, di parlare, di essere noi stesse, di scegliere, di dire “no”, di vivere. La mia riflessione, oggi, nella giornata contro la violenza sulle donne, è declinata al femminile. Una giornata che anche in teatro, alla luce dell’ennesima tragedia, è iniziata con tante riflessioni e con 1 minuto di rumore per Giulia Cecchettin e per tutte le donne uccise per mano di un uomo, ma non solo, anche per tutte quelle che nel silenzio subiscono ancora, violenza, fisica, psicologica, economica, stalking, anche quello giudiziario. Finalmente, perchè il silenzio stava diventando assordante. Anche io oggi, dopo anni, parlo e racconto la mia storia, che se ha un lieto fine, non è grazie a giudici, avvocati, forze dell’ordine, famiglia, ma solo grazie a me. In quel minuto oggi ho urlato, senza che nessuno mi desse della “pazza”. Un minuto di libertà, potremmo dire: stare in silenzio è tacere, è non fare qualcosa; per fare rumore è necessario che ognuno agisca, faccia la sua parte, a modo suo, perchè i suoni, le parole, le grida si possano stratificare in un messaggio, che per quanto poco intellegibile, arriva forte e si fa sentire, come la rabbia che brucia. Si chiede alla società di intervenire prima che sia troppo tardi, quando ormai non resta nient’altro che punire i responsabili. E più sono gli anni di carcere per cui si auspicano condanne, più il popolo dei social sembra contento e soddisfatto nell’aver trovato il capro espiatorio. Siano essi reati gravi, siano reati più leggeri, anche commessi dai minori. Un argomento questo, toccato dal prof. Camaldo, docente di Diritto Penale, che ci ha parlato di alcuni aspetti giuridici e delle varie possibilità che incontra un minore condannato in Italia. E non si tratta solo di equlibri tra giustizia ed equità, ma dell’applicazione stessa della legge, di quel passaggio successivo all’accettazione del “Dura lex, sed lex”, che può rivelarsi spesso una “ipersoluzione”, come la definirebbe Watzlawick, che porta cioè più danni che benefici. Questi temi sono tutti presenti nelle 3 scene che andremo a rappresentare con il mio gruppo, un lavoro che sta prendendo forma, colore e suono. Un senso di ingiustizia permane in tutti gli episodi: chi la subisce con dolore, chi non la accetta e grida la sua sofferenza ma anche la sua rabbia, chi non può fare più nulla davanti alla morte prematura dei 4 ragazzi. Tra il “tu” e il “voi”, è urgente la presa di coscienza di un “io” e soprattutto di un “noi”, perchè al di là del singolo individuo, è la società ad essere impreparata, inadeguata, disinformata, sbagliata.

2 DICEMBRE 2023 - SARA ARESU

Ultimo giorno, lungo, intenso. Fuori c’è un freddo gelido, tagliente, credo sia tramontana, lo riconosco dalle raffiche e dall’assenza di umidità. Le ultime prove, poi vestiti di bianco, poi la veglia funebre, durata circa 6 ore. Sono molto stanca, forse è per questo che divento telegrafica nello scrivere. Emozioni fortissime, intense, seguite da saluti e abbracci, non addii: troppo bella l’amicizia per farla finire. Forse mi sono immedesimata troppo, ma è come se fossi stata realmente a una veglia funebre, ho sentito lo stesso peso sullo stomaco. Saranno le musiche: Arvo Pärt (scelto da Beppe e riprodotto durante le proiezioni) con la sua armonia “tintinnabolare” e mistica, un pò come la nostra sorella Enza, ma anche Pergolesi e il dolore della madre, nel nostro gruppo Giulia, che raggiunge la salma della figlia tra musica compassionevole e perturbazioni relazionali e temporali quando lei smette di tacere; saranno le luci, le performances, le letture dei diari, gli omaggi alle salme, le ripetizioni. Ecco, le ripetizioni, nella struttura di un rituale (che belli i rituali, con la tutta la loro carica simbolica!). Si ripete ma si varia, altrimenti che performance è: ogni volta emergono dettagli diversi. Ho apprezzato meglio anche le scene degli altri gruppi, attraverso questo modello di ripetizione e variazione. E così anche il nostro gruppo, le “piume bianche” è riuscito a rappresentare le 3 scene, credo per 3 volte, ma non sono sicura, ho perso il conto! I ragazzi che hanno recitato sono stati bravissimi e soprattutto alcuni hanno superato l’insicurezza iniziale. Ammirevole! Sono anche grata a Claudio che ha avuto fiducia nelle mie proposte sonoro-musicali: dai non- luoghi, alla glitch music con la sua processione di teatro “fisico”, al Bach (pasoliniano) e Pergolesi, ma soprattutto questo finale della nostra terza scena non va più via dalla testa: La Ballata di Sacco e Vanzetti, parte 2: slittamento semantico per me significativo e rappresentativo, ma molto difficile da spiegare. Titoli di coda (music).

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DIARI di Irene Cremonesi

GIORNO 2 - 4 novembre 2023
Parola del giorno: Fra. Fra: preposizione che specializza le determinazioni spazio-temporali e alcune sfumature modali. La giornata è partita con una riflessione sull'importanza dei momenti di mezzo che spesso non vengono raccontati. Certo, la morte di Romeo e Giulietta è un momento importante nell'opera è anche importante interrogarsi sui motivi: perché? Per amore, verrebbe da dire ma siamo sicuri che sia l'unica tematica? È fondamentale capire cosa c'è nel mezzo, fra il loro amore e la loro morte, fra. Abbiamo lavorato sul prologo che...

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Secondo Classificato Ed. 2023 Scrivere per il teatro
DIARI di Sara Aresu 

3 NOVEMBRE 2023 Ho scelto questo laboratorio dopo aver riflettuto bene sulle possibilità di conciliare ancora una volta, lavoro, studio, famiglia, su come poter organizzare il poco tempo che si ha a disposizione. A un certo punto però, ho smesso di riflettere e ho scelto di farlo a prescindere perchè ho pensato fosse un’opportunità da non perdere. Appena entrati ci hanno ritirato  il documento e lo smartphone: a quanto pare questo avrebbe dovuto farci sentire a disagio, ma per me è stato come lasciare su quel tavolino la mia identità sociale e soprattutto la mia età anagrafica, cose delle quali mi libero molto...

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DIARI di  Wenxin Zhang

**11.4 The main director said a sentence that I really liked. "No matter who we are, we must step onto this stage." We form a big family where no one will be left behind. When we unite, we will eventually create miracles. This was a unique funeral, delivering the final message to us in an unparalleled way, indicating what we are doing. We're not just celebrating this event, we are celebrating the rebirth of these two individuals. Therefore, Shakespeare's expectation for us is that these great achievements of the past have never disappeared, and we understand that. How will all this end? It's no longer an instant thing...

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